Il giorno dell'inaugurazione tutto sembra facile: luci accese, calice in mano, foto. Nessuno vede le tre settimane prima, quando le opere erano ancora in studio impilate l'una sull'altra e la galleria puzzava di vernice fresca.
Quando inizia davvero
Una mostra non parte dal cartellone. Parte da una conversazione: che cosa vogliamo raccontare, in che spazio, per chi. Io e il curatore — o la galleria — guardiamo l'archivio: tele, stampe, schizzi, a volte un pezzo nato per un muro e mai realizzato. La selezione non è «le opere più belle», ma quelle che stanno insieme e reggono la stanza.
A Padova ho allestito personali in spazi piccoli dove ogni centimetro conta. Altrove ho avuto sale lunghe che inghiottono tutto se non le riempi con decisione. La regola che uso: meno opere, più respiro. Meglio dieci pezzi forti che venti che si annullano a vicenda.
In studio: imballare, firmare, controllare
Prima della consegna passo ogni opera una per una. Angoli delle tele, firma sul retro o sul telaio, certificati stampati e numerati. Le stampe vanno in tubi rigidi; le opere su tela in casse su misura se devono viaggiare lontano.
Lo stencil lascia tracce anche sulle tele: bordi netti, strati di colore. Controllo che non ci siano polveri o impronte — quando lavori con spray in studio, le dita sporche sono la norma, ma il collezionista non deve vederle.
In galleria: muri, luci, distanze
L'allestimento è metà della mostra. Un'opera che in studio ti emoziona può morire sotto una luce sbagliata o troppo vicina a un'altra. Passo ore con il tecnico luci: abbassare i riflessi sul vetro delle cornici, far risaltare il giallo senza bruciare il bianco.
Decidiamo l'ordine di lettura. Vuoi che il visitatore entri e veda subito il pezzo forte, o che costruisca il percorso partendo da schizzi più intimi? A volte appendo disegni preparatori accanto al murales fotografato grande: così si capisce il passaggio dall'idea al muro.
Per le mostre che includono un intervento live — dipingo in galleria durante l'apertura — preparo stencil e materiali giorni prima. Il pubblico vede la performance; non vede i tagli notturni sul pavimento dello studio.
Comunicazione e inaugurazione
Poster, inviti, social, comunicati per la stampa. Non è il mio pezzo preferito, ma serve. Una mostra senza pubblico è un esercizio privato. Negli anni ho imparato a raccontare il lavoro con parole semplici: cosa c'è in sala, perché adesso, cosa c'entra con la città.
Il vernissage è intenso. Parli con collezionisti, curiosi, qualcuno che ti dice «ho visto il tuo muro in via X dieci anni fa». Quelle frasi valgono più di molte recensioni.
Dopo la chiusura
Smontaggio, resi in studio o spedizioni ai compratori, bilancio con la galleria. Alcune opere tornano al muro bianco dello studio ad aspettare la prossima occasione; altre partono per case nuove. Archivio foto, lista vendite, note per la prossima volta.
Se vuoi seguire le prossime date, tieni d'occhio il sito e scrivimi da contatti per inviti e anteprime. La bio riassume le mostre passate; outdoor, street art, indoor e limited edition mostrano il lavoro che spesso finisce in sala — o che nasce lì e poi torna sul muro.
Una mostra è una parentesi. Il lavoro quotidiano resta quello di sempre: tagliare stencil, guardare muri, pensare alla prossima immagine. Le quinte servono a far brillare quel momento; poi si torna a lavorare.